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Miti e fatti da sfatare in materia di Allargamento
Dopo tanti decenni di divisioni e di conflitti, l’Unione europea
(UE) sta unificando pacificamente l’Europa. I sei paesi fondatori
dell’UE sono diventati 27 Stati membri. Negli ultimi quindici
anni, la spinta gravitazionale dell’UE ha contribuito a trasformare
i regimi comunisti dell’Europa centrale e orientale in democrazie
moderne ed efficienti. Lo stesso impulso ha ispirato ultimamente riforme
radicali in Turchia, in Croazia e negli altri paesi dei Balcani occidentali.
Tutti gli europei traggono vantaggio dalla vicinanza con paesi caratterizzati
da democrazie stabili e da economie di mercato floride. Una gestione
oculata del processo di allargamento da parte dell’UE è
fondamentale per promuovere in tutta Europa la pace, la democrazia,
lo Stato di diritto e il benessere. Molti, tuttavia, sono i cittadini
dell’UE che mettono in discussione i motivi dell’allargamento.
Oltre ad adottare politiche adeguate per venire incontro alle preoccupazioni
dei cittadini, occorre contrapporre ai miti fatti concreti: questo è
l’obiettivo della presente nota.
TROPPO RAPIDO?
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L’allargamento del 2004 è stato troppo rapido?
Nonostante l’adesione simultanea di dieci nuovi membri nel
maggio 2004, la riunificazione dell'Europa non è avvenuta
da un giorno all’altro. L’adesione dei paesi dell’Europa
centrale e orientale, di Cipro e di Malta ha avuto luogo dopo quindici
anni dalla caduta del muro di Berlino, quindici anni in cui questi
paesi hanno subito una profonda trasformazione democratica ed economica
che li ha preparati ad entrare nell’UE e ha notevolmente migliorato
la situazione dell’Europa.
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L’ultimo allargamento è stato preparato
bene?
Mai, nella storia dell’UE, un allargamento era stato preparato
così bene come quello del 2004, completato il 1° gennaio
2007 con l’adesione di Bulgaria e Romania. Già nel
1991 l’UE aveva firmato i cosiddetti “accordi europei”
con l’Ungheria e la Polonia, poi seguite da altri paesi candidati.
Grazie a questi accordi, nel 2001 è stata creata una zona
di libero scambio per l’85% degli scambi bilaterali che ha
permesso di evitare una crisi commerciale nel maggio 2004 e gennaio
2007.
Nel 1993, l’UE ha definito per la prima volta criteri
di adesione
precisi. Per poter aderire all’UE, un paese deve avere una
democrazia stabile, rispettare i diritti umani, avere un’economia
di mercato competitiva ed essere in grado di applicare integralmente
la normativa dell'UE. Da allora l’UE ha sempre verificato
scrupolosamente le misure prese dai paesi candidati per conformarsi
alle condizioni suddette. Queste condizioni, le verifiche effettuate
e l’assistenza finanziaria fornita hanno agevolato l’integrazione
dei nuovi Stati membri nelle istituzioni dell’UE e hanno permesso
loro di applicare correttamente la sua normativa.
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È imminente un altro “allargamento big bang”?
Non si profila un altro “big bang”. La Croazia
aderirà quando avrà soddisfatto tutte le condizioni,
mentre gli altri paesi dei
Balcani occidentali hanno una prospettiva di adesione a lungo
termine, ma per loro il processo sarà ancora più impegnativo
e potranno aderire solo quanto saranno veramente pronti. I negoziati
per l’adesione della Turchia
sono stati avviati, ma il paese avrà verosimilmente bisogno
di un lungo periodo, che potrebbe superare il decennio, per soddisfare
tutti i criteri. Qualsiasi decisione in merito all’adesione
di un paese deve essere presa all’unanimità da tutti
gli Stati membri.
La Commissione gestisce oculatamente il
processo di adesione, che dura diversi anni e consente ai paesi
di prepararsi progressivamente a soddisfare le rigorose condizioni
stabilite dall’UE, in modo che la loro integrazione risulti
vantaggiosa per tutti.
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Il processo non è antidemocratico? L’UE non dovrebbe
consultare la pubblica opinione?
Tutte le decisioni fondamentali che preparano
l'adesione di un paese vengono prese all'unanimità dai
governi democraticamente eletti degli Stati membri dell’UE,
devono essere ratificate dai parlamenti nazionali e approvate dai
membri del Parlamento europeo, eletti a suffragio universale diretto.
Ciò significa che tutte le decisioni fondamentali vengono
prese da tutti gli organi competenti democraticamente eletti in
ciascuno Stato membro e nell’Unione.
Tutte le politiche dell’UE, e quindi anche l’allargamento,
devono conquistare il sostegno dei cittadini. Sia gli Stati membri
che le istituzioni dell’UE devono migliorare l’informazione
sui vantaggi e sui problemi dell'allargamento.
CI HA INDEBOLITI?
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L’allargamento non ha paralizzato il funzionamento dell’UE?
L’adesione di dieci nuovi membri nel 2004 e di Bulgaria e
Romania nel 2007 non ha rallentato il processo decisionale. Le istituzioni
dell’UE continuano a funzionare: i nuovi membri del Parlamento
europeo partecipano attivamente ai suoi gruppi politici, la Commissione
Barroso opera in modo efficiente con 27 commissari e il processo
decisionale del Consiglio ha mantenuto la stessa efficacia. Un anno
prima dell’adesione, i rappresentanti dei nuovi Stati membri
presenziavano già come osservatori ai lavori delle istituzioni
dell’UE per prepararsi a partecipare pienamente al momento
dell'adesione.
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L’allargamento non impedirà un ulteriore approfondimento
dell’UE?
La storia dell’UE dimostra che l’ampliamento dell’Unione
è perfettamente compatibile con la sua ulteriore integrazione.
L’UE è riuscita a gestire brillantemente entrambi i
processi. Contemporaneamente ai cinque allargamenti che si sono
succeduti dal 1973 in poi, con i quali l’UE ha acquisito in
tutto 21 nuovi membri, si è sviluppato il mercato unico,
si è creata la zona Schengen all’interno della quale
si può viaggiare senza passaporto, si è adottato l’euro
e si è elaborata tutta una serie di altre nuove politiche,
come quella in materia di sicurezza interna, rafforzando al tempo
stesso la politica estera, settore in cui l’ultimo allargamento
ha aumentato il peso dell’UE sulla scena mondiale.
La capacità dell’UE di operare con efficienza in risposta
alle preoccupazioni dei cittadini può e deve essere ulteriormente
migliorata, ma questo obiettivo non sarà certo conseguito
mettendo fine al processo di allargamento. Se gestito oculatamente
e in modo graduale, parallelamente alle necessarie riforme interne
delle istituzioni e delle politiche comunitarie, il processo di
adesione può consentire un ulteriore ampliamento e approfondimento
dell’UE. Il trattato costituzionale intende rendere l’UE
più efficiente e democratica, rafforzandone il ruolo mondiale.
Questi obiettivi, tuttora validi, dovrebbero essere conseguiti prossimamente
con il completamento della riforma istituzionale.
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L’UE può ancora integrare altri membri?
La capacità di integrazione, misurata dalla possibilità
per l’UE di continuare a operare al meglio pur accogliendo
nuovi membri, è un concetto funzionale, non geografico.
Nel novembre 2006, la Commissione ne ha dato la seguente definizione:
“La capacità di assorbimento o, per essere più
precisi, di integrazione dell'UE dipende dallo sviluppo delle politiche
e delle istituzioni dell'Unione europea, da un lato, e dalla capacità
dei paesi candidati di diventare Stati membri provvisti di un livello
di preparazione adeguato, dall'altro. La possibilità che
i paesi candidati aderiscano all'Unione è scrupolosamente
valutata dalla Commissione sulla base di rigide condizioni. La capacità
di integrazione è la capacità dell'UE di assorbire
nuovi membri, in un determinato momento o periodo, senza compromettere
gli obiettivi politici e strategici stabiliti dai trattati. Si tratta
quindi, in primo luogo, di un concetto funzionale.” (vedere
Documento di strategia del 2006 sull’ampliamento )
Ferma restando l’importanza della capacità di integrazione,
nell’interesse dell’Europa odierna non possiamo aspettare
il futuro allargamento per migliorare il funzionamento dell’UE.
Dobbiamo migliorare il funzionamento dell'UE attuale in modo da
promuovere crescita economica, competitività, creazione di
posti di lavoro e protezione sociale a vantaggio dei nostri cittadini.
TROPPO CARO?
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L’allargamento non ha provocato un massiccio afflusso di
lavoratori nei vecchi Stati membri?
Lo
scenario apocalittico che prevedeva un afflusso massiccio di lavoratori
dall’Europa centrale e orientale si è rivelato infondato
. Il flusso migratorio di lavoratori dai nuovi ai vecchi Stati membri
è stato piuttosto contenuto, rimanendo il più delle
volte al di sotto dell’1% della popolazione attiva dello Stato
membro di accoglienza a prescindere dall'esistenza o meno di restrizioni
all'accesso al suo mercato del lavoro. I lavoratori in questione
hanno permesso di ovviare in parte alla grave mancanza di manodopera
in settori come l’agricoltura e l’edilizia.
L’Irlanda, il Regno Unito e la Svezia hanno aperto fin dall’inizio
(1° maggio 2004), con buoni risultati, i rispettivi mercati
occupazionali ai lavoratori dell’Europa centrale e orientale.
In Irlanda, l’arrivo di lavoratori dai nuovi Stati membri
ha contribuito in misura considerevole a mantenere l’elevato
tasso di crescita del paese, mentre nel Regno Unito i lavoratori
dei nuovi Stati membri hanno occupato parte dei cinquecentomila
posti di lavoro disponibili. Queste esperienze positive hanno indotto
anche la Finlandia, il Portogallo e la Spagna ad aprire i rispettivi
mercati del lavoro. Altri paesi, come il Belgio e la Francia, hanno
optato per un’apertura parziale.
Nel 2005 si è registrato un incremento occupazionale medio
dell’1% nei nuovi e nei vecchi Stati membri. L’allargamento
favorisce la migrazione legale, più facile da controllare,
mentre in molti Stati membri il vero problema è l’immigrazione
clandestina, che proviene prevalentemente dai paesi terzi.
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L’allargamento non ha avuto effetti negativi sulle nostre
condizioni di lavoro, provocando inoltre un dumping sociale?
Le possibilità di occupazione legale offerte nei vecchi
Stati membri dall’allargamento del 2004 hanno contribuito
a ridurre l’economia sommersa (e il mercato nero del lavoro).
Oltre a rischiare meno di essere sfruttati e di vedersi imporre
condizioni inaccettabili, i lavoratori legali pagano le tasse e
versano i contributi previdenziali.
L’aumento nei vecchi Stati membri della popolazione attiva
registrata proveniente dai nuovi Stati membri non ha inciso in misura
rilevante sulla spesa per la previdenza sociale. Nel Regno Unito,
solo un lavoratore su 100 tra quelli recentemente registrati dei
nuovi Stati membri si è avvalso delle prestazioni previdenziali.
Il fatto che i nuovi membri debbano adottare le norme dell’UE
in materia di sanità, sicurezza e altri aspetti della vita
lavorativa migliora inoltre le condizioni di lavoro in questi paesi
e contribuisce ad instaurare un’equa concorrenza fra le imprese.
Niente dimostra che l’allargamento abbia provocato un dumping
sociale. Non solo, grazie alle nuove adesioni gli standard sociali
armonizzati si stanno progressivamente diffondendo in tutta l’UE.
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L’allargamento non ha favorito l’esternalizzazione
e la delocalizzazione delle imprese?
Gli studi confermano che la delocalizzazione delle imprese dai
vecchi Stati membri a quelli nuovi resta un fenomeno marginale.
La destinazione principale delle delocalizzazione, inoltre, non
è l’Europa centrale e orientale ma l’Asia, ed
è la concorrenza globale, non l’allargamento, che provoca
esternalizzazioni e delocalizzazioni.
Le imprese cercheranno sempre di ridurre i costi, di ampliare i
mercati e di promuovere l’innovazione tecnologica e gli altri
fattori tali da conferire loro un vantaggio competitivo. Le imprese
europee devono far fronte alla concorrenza mondiale, in particolare
quella della Cina e dell’India. Investire nell’Europa
centrale e orientale anziché in Cina o in India può
aiutare l’industria europea a tutelare l’occupazione
e a stimolare la crescita in tutta Europa. L’espansione delle
imprese di servizi, ad esempio, crea posti di lavoro nei vecchi
Stati membri e in quelli nuovi. L’allargamento aiuta l’UE
ad affrontare le sfide della globalizzazione, poiché stimola
il commercio interno ed estero consentendo il mantenimento e la
creazione di posti di lavoro.
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L’allargamento non ha falsato il funzionamento del mercato
interno?
Le distorsioni del mercato interno sono il frutto di una trasposizione
e di un’applicazione carenti da parte dei vecchi e dei nuovi
membri. Il “quadro
di valutazione del mercato interno” elaborato dalla Commissione
indica che i nuovi Stati membri applicano la normativa UE molto
meglio di quelli vecchi.
Aprendo un mercato di 75 milioni di consumatori alle imprese dei
vecchi Stati membri, l’allargamento ha stimolato la concorrenza
sul mercato interno, e pertanto ha reso le imprese europee più
competitive sui mercati mondiali. Attualmente, le stesse norme sul
mercato interno, sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato vengono
applicate nei 27 Stati membri.
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L’allargamento non costa troppo?
La riunificazione dell’Europa è costata l’equivalente
di un caffè ad ogni cittadino dei vecchi Stati membri, un
costo in parte recuperato poiché i cittadini dei nuovi Stati
membri acquistano la maggior parte delle merci importate dai vecchi
membri. Tra il 2004 e il 2006, i 15 vecchi Stati membri hanno versato
in media 26 euro all’anno/cittadino al bilancio dell’UE
per lo sviluppo dei 10 nuovi membri.
La quota del bilancio dell’Unione destinata ai nuovi membri
rappresenta solo lo 0,25% del prodotto interno lordo dell’UE.
Questi stanziamenti servono in gran parte a potenziare le infrastrutture,
con vantaggi per le imprese dell’intera UE. Per di più,
le economie dei nuovi membri si stanno sviluppando a un ritmo due
volte più rapido di quelle dei vecchi membri. Il denaro speso
per favorire lo sviluppo di queste economie crea nuove opportunità
economiche nei vecchi e nei nuovi Stati membri.
TROPPO PERICOLOSO?
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L’allargamento non ha provocato un aumento dell’immigrazione
clandestina e della criminalità organizzata?
L’allargamento ci permette di estendere ai nuovi Stati membri
le norme dell’UE sulla cooperazione giudiziaria e di polizia
e di rendere più efficace la lotta contro criminalità
e terrorismo. Una cooperazione più stretta tra i membri dell’UE
e i paesi limitrofi per combattere la criminalità non può
che migliorare la protezione dei cittadini europei.
Un’azione dell’UE in materia di sicurezza e giustizia
garantisce al cittadino una tutela migliore di quanto non possano
fare i singoli Stati. L’UE ha intensificato la cooperazione
doganale, giudiziaria e di polizia per lottare contro il terrorismo,
la criminalità organizzata, il traffico di stupefacenti,
la tratta degli esseri umani e l’immigrazione clandestina,
inserendo tale cooperazione nelle norme comuni che devono essere
applicate da tutti gli Stati membri.
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L’allargamento non ha messo a repentaglio la sicurezza alimentare
e l’ambiente?
La sicurezza alimentare e la salute degli animali sono state
al centro dei negoziati di adesione. L’UE ha adottato misure
rigorose per garantire il rispetto dei suoi standard da parte dei
nuovi membri. Gli stabilimenti di trasformazione alimentare non
conformi hanno dovuto chiudere prima dell’adesione, e solo
quelli che rispettavano i requisiti sono stati autorizzati a vendere
i loro prodotti in tutto il mercato interno.
L’inquinamento e i rischi ambientali non conoscono frontiere.
La tutela dell’ambiente e i cambiamenti climatici richiedono
interventi a livello internazionale ed europeo.
Col passare degli anni, l’UE ha definito standard ambientali
estremamente rigorosi in termini di qualità dell’aria
e dell’acqua, di tutela dell’ambiente marino, di salvaguardia
della natura e di sicurezza nucleare, con vantaggi per tutti i cittadini
europei.
Il processo di adesione è di grande utilità per esportare
questi elevati standard europei nei paesi candidati, i cui standard
ambientali sono stati portati a un livello talvolta superiore a
quello dei vecchi Stati membri. L’allargamento, quindi, aumenta
la sicurezza ambientale anziché diminuirla.
TROPPI MEMBRI?
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Quando ci fermeremo? Non dovremmo delimitare una volta per tutte
le frontiere dell’UE?
A norma del trattato UE, tutti i paesi europei che rispettano i
valori della democrazia, dei diritti umani e dello Stato di diritto
possono chiedere di diventare membri dell’Unione europea.
Ciò non significa però che tutti i paesi europei debbano
chiedere di aderire o che l’UE debba accogliere tutte le candidature.
Il processo non è automatico, ma esige il rispetto di determinate
condizioni. Le frontiere dell’UE vengono definite mediante
decisioni prese all’unanimità al massimo livello politico.
Più che di fiumi e montagne, l’UE è fatta di
valori e volontà politiche. L’Unione europea è
un progetto politico: le sue frontiere sono politiche, e prescindono
quindi dalla configurazione fisica e geografica dell’Europa.
Alcune isole dei Caraibi, come la Martinica e la Guadalupa, fanno
parte del territorio dell’UE, a cui invece non appartengono
paesi europei come l’Islanda, la Norvegia e la Svizzera. Né
i geografi né gli storici si sono mai messi d’accordo
sulle frontiere fisiche o naturali dell’Europa.
Le frontiere politiche dell’UE sono cambiate al ritmo degli
allargamenti e ogniqualvolta un territorio si è ritirato,
come è successo per la Groenlandia. Per evitare pressioni
eccessive sulla capacità di integrazione dell’UE, la
Commissione Barroso ha consolidato gli impegni assunti nei confronti
dei paesi per i quali il processo di allargamento è in atto:
la Turchia, la Croazia e gli altri paesi dei Balcani occidentali.
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Per quale motivo la Turchia dovrebbe aderire all’UE?
L’Europa ha bisogno di una Turchia stabile, democratica e
prospera, che adotti i nostri valori, il nostro Stato di diritto
e le nostre politiche comuni. La prospettiva dell’adesione
ha già indotto il paese ad attuare riforme ambiziose e significative.
Se garantirà il rispetto dello Stato di diritto e dei diritti
umani in tutto il suo territorio, la Turchia potrà aderire
all’UE e rafforzare ulteriormente il suo ruolo di “ponte”
fra diverse civiltà.
Con l’avvio dei negoziati di adesione
, il cui risultato finale rimane comunque aperto, gli Stati membri
dell'UE hanno deciso all'unanimità di riconoscere la vocazione
europea della Turchia. Le ambiziose riforme avviate agli inizi del
XX secolo hanno ancorato più o meno definitivamente la Turchia
all’alleanza occidentale: il paese è membro della NATO
e del Consiglio d'Europa da più di 50 anni. Istanbul è
sempre stata un centro di fondamentale importanza nella storia europea.
Per poter entrare a far parte dell’UE, la Turchia deve soddisfare
integralmente criteri molto rigorosi. Il problema è sapere
se e quando il paese ci riuscirà. Ecco perché il cammino,
di cui fanno parte le riforme e la loro attuazione, è importante
quanto la destinazione finale.
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Perché dovremmo accogliere un paese non cristiano?
L’UE non è una comunità fondata sulla religione.
L’Unione si basa su valori europei comuni come il rispetto
della dignità umana, lo Stato di diritto, la tolleranza e
la non discriminazione. Uno dei nostri punti di forza in quanto
comunità di valori è che siamo uniti nella diversità.
Nell’UE vivono attualmente circa 12 milioni di musulmani –
molti dei quali come cittadini – insieme a gente di tante
altre confessioni e a non credenti. La tolleranza religiosa e il
rispetto della diversità sono valori europei fondamentali:
troppe guerre di religione hanno segnato in passato la storia dell’Europa.
La fede religiosa, quindi, non ha mai fatto parte dei criteri di
adesione. La Turchia è uno Stato laico, i cui cittadini sono
in gran parte musulmani e appartengono a correnti moderate dell'Islam.
La libertà di culto, la tutela delle minoranze e la non discriminazione
costituiscono tuttavia criteri politici fondamentali. Sostanzialmente,
la Turchia deve portare i diritti delle comunità religiose
non musulmane a un livello conforme agli standard europei.
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Perché ammettere la Turchia e non l’Ucraina?
L’Ucraina e la Turchia si trovano a stadi diversi dei loro
rapporti con l’UE. Le prospettive di adesione e la vocazione
europea della Turchia sono tutt’altro che recenti, contrariamente
alle aspirazioni europee dell’Ucraina.
L’UE sostiene il processo di stabilizzazione democratica e
di sviluppo economico in Ucraina attraverso la politica
europea di vicinato
, che spiana la via al libero scambio, al sostegno economico, ad
un dialogo politico intensificato e al miglioramento dei contatti
interpersonali.
L’UE non ha mai prospettato l’adesione all’Ucraina.
Qualsiasi decisione in tal senso dovrebbe essere presa all’unanimità
da tutti gli Stati membri.
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La criminalità e l’instabilità non sono troppo
diffuse nei Balcani occidentali?
I Balcani occidentali hanno fatto notevoli sforzi per porre fine
all’instabilità creata negli anni '90 da un decennio
di guerre e di conflitti interni. La prospettiva europea di questi
paesi è il modo migliore di consolidare ulteriormente la
stabilità e la sicurezza regionali nell’interesse del
continente europeo. Il risoluto e costante impegno dell’UE
aiuterà la regione a risolvere le questioni ancora in sospeso,
come lo status del Kosovo.
La criminalità e la corruzione sono ancora molto diffuse
nella regione. Vanno però sottolineati i progressi registrati
di recente nei
Balcani occidentali, che l'UE ha aiutato ad intensificare la
cooperazione giudiziaria e di polizia. Il processo di allargamento
si è rivelato di grande utilità per indurre i paesi
ad affrontare i problemi della criminalità e della corruzione,
e a collaborare strettamente con l’UE per tutelare i cittadini
I paesi candidati devono adottare gli standard dell’UE per
quanto riguarda la sorveglianza delle frontiere e la gestione dei
flussi di profughi e di immigrati dai paesi terzi. L’allargamento
ci assicura quindi un maggiore controllo del problema dell'immigrazione
clandestina.
Se intende ridurre la criminalità, l’UE ha tutto l'interesse
a collaborare direttamente con i paesi della regione. Gli organi
dell’UE incaricati di far applicare la legge devono collaborare
con le controparti dei Balcani per poter ottenere risultati concreti
in un mondo all’insegna delle comunicazioni rapide e degli
spostamenti in massa.
QUALI SONO I VANTAGGI?
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L’allargamento comporta qualche vantaggio per i privati
cittadini dell’UE?
In primo luogo, tutti abbiamo tratto vantaggio dalla stabilità
e dallo sviluppo pacifico a cui hanno contribuito negli anni i successivi
allargamenti.
In secondo luogo, l’aumento della domanda di beni di consumo
nei nuovi membri ha avuto conseguenze positive per i cittadini dei
vecchi Stati membri, poiché le imprese hanno venduto beni,
servizi e know-how su questi mercati dinamici contribuendo in tal
modo alla creazione e al mantenimento di posti di lavoro nel loro
paese. Ciascun macchinario venduto da un'impresa tedesca in Polonia
comporta vantaggi per i cittadini tedeschi; ciascuna automobile
francese venduta e ciascuna transazione effettuata da una banca
olandese nei nuovi Stati membri ha ripercussioni positive sulle
economie francese e olandese. Gli scambi tra vecchi e nuovi membri
sono quadruplicati nell’ultimo decennio. I vecchi Stati membri
registrano da lungo tempo un’eccedenza commerciale rispetto
ai nuovi, altro fattore che ha contribuito al mantenimento dei posti
di lavoro.
L’allargamento può comportare diversi aspetti positivi
per il cittadino, perché consente di viaggiare più
agevolmente e perché migliora le condizioni di studio all’estero
e il contesto in cui operano le imprese. I finanziamenti dei fondi
strutturali UE destinati a ponti e autostrade in Spagna, Portogallo,
Polonia, Estonia e Slovenia fanno sì che l’allargamento
risulti vantaggioso per tutti gli europei che viaggiano, vivono
o svolgono un'attività economica in questi paesi.
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